“Arte e Collezionismo a Roma” a Palazzo Barberini, opere rare e preziose per Longari arte Milano

“Arte e Collezionismo a Roma” a Palazzo Barberini, opere rare e preziose per Longari arte Milano

Palazzo Barberini Roma

La Galleria LONGARI arte MILANO partecipa alla seconda edizione di “Arte e Collezionismo a Roma” a Palazzo Barberini, sede delle Gallerie Nazionali di Arte Antica,

Dal 18 al 23 Settembre 2025, la seconda edizione di “Arte e Collezionismo a Roma” a Palazzo Barberini, sede delle Gallerie Nazionali di Arte Antica, Sono volti e figure che ci parlano attraverso i secoli, opere rare e preziose, quelle esposte dalla Galleria LONGARI arte MILANO, che testimoniano una passione e una competenza maturata per tre generazioni, in settant’anni di eccellenza nella valorizzazione dell’arte italiana.

È forse una Sibilla, per l’assenza di simboli religiosi, la testa attribuita a un ancora misterioso scultore della metà del Quattrocento, che si colloca nel vivo di quella cultura imprevedibile ed eccentrica dell’area adriatica, in centri certamente minori rispetto alla Firenze di Donatello e Lorenzo Ghiberti, ma dove si sperimentavano nuovi linguaggi tra gli ultimi splendori dell’arte gotica e l’apertura verso le novità del Rinascimento. Da quel mondo, nell’ambito dello scultore dalmata Niccolò di Giovanni Fiorentino, proviene questo volto di astratta ed enigmatica bellezza da cui affiora il ricordo dell’antico, raccolto con passione dai collezionisti nel Quattrocento a partire da quella straordinaria officina artistica che fu la Padova di Squarcione, primo maestro di Mantegna. Un antico qui reinterpretato con una certa forzatura espressiva, che affiora nel fantasioso andamento della capigliatura della scultura, fino a raggiungere una toccante intonazione poetica nella nitidezza del taglio cristallino dei lineamenti. All’astratta purezza di questo volto si affianca – per contrasto – l’energia della Testa femminile, restituita in tutta la sua vibrante intensità.  Frammento prezioso di una decorazione, nella posa rivolta verso l’alto evoca i celebri modelli di Pietro da Cortona, il più prossimo dei quali sembra individuabile nel Martirio di Santa Martina oggi nella Pinacoteca di Siena ma originariamente nella chiesa di San Francesco, qui tradotti nella raffinata tradizione musiva del Seicento, fiorita nei grandi centri artistici tra Siena e Roma.

Sono volti trasfigurati da un dolore antico e universale, invece, quelli delle Marie al Golgota in un raro gioiello della produzione di Francesco Cavazzoni (Bologna, circa 1545 – 1616), protagonista di prestigiose commissioni ecclesiastiche nella Bologna di fine Cinquecento, tra le quali la monumentale Crocefissione, oggi alla Pinacoteca Nazionale di Bologna, in origine nella chiesa di Santa Cecilia.

Accanto a queste grandi imprese si colloca la produzione di dipinti di piccole dimensioni, dalla resa smaltata, intrisi di suggestioni nordiche, sulla scia dei pittori fiamminghi stabilitisi a Bologna come Denijs Calvaert. Ne è un esempio straordinario Le Marie al Golgota sia per il grande valore artistico sia per l’altissima qualità pittorica, il cui vertice si riscontra nella resa sapiente del contrasto luminoso, sia per la preziosa cornice originale – in ebano con inserti di agata, corniola, lapislazzulo, porfido, diaspro siciliano – sormontata da un fregio in bronzo dorato che è testimonianza certa del prestigio del committente.  Anch’esso racchiuso in una cornice coeva dorata, bulinata, e arricchita da incastri in vetro ai quattro angoli, Il Miracolo di Santa Dorotea ci appare come una visione di luce e colore in virtù di quell’antica straordinaria tecnica della pittura su vetro, che risale alla scuola veneziana di metà Cinquecento.

Alla devozione privata erano destinate anche le due raffinate terrecotte di Giuseppe Mazzuoli detto il Vecchio (1644 – 1725), il più importante scultore senese del Seicento, perfezionatosi a Roma, dove lavorò per tutta la vita per alcuni dei maggiori committenti del suo tempo, il cardinal Chigi e la famiglia Rospigliosi Pallavicini.

Sono, invece, modelli per opere di grande formato – diversissime per soggetto e destinazione – le altre due terrecotte qui presentate:  quello per la monumentale statua in marmo dedicata al celebre educatore spagnolo San Giuseppe Calasanzio – realizzata nel 1755 da Innocenzo Spinazzi (1726 –1798) e collocata entro una nicchia della navata centrale all’altezza del transetto destro della Basilica di San Pietro a Roma – e il Gruppo mitologico attribuito a Jacob Sigisbert Adam, per un’opera forse mai realizzata. Originaria di Nancy la famiglia Adam fù la più grande dinastia di scultori francesi del XVIII secolo. Formatisi in Lorena nel contesto del boom artistico dei regni dei duchi Leopoldo e Stanislao, nel corso di tre generazioni  i suoi membri hanno messo il loro talento al servizio dei più grandi mecenati e partecipato a diversi progetti.

È presentato qui per la prima volta, il busto di Alessandro Magno, il più grande condottiero dell’antichità, modellato nel 1819 dallo scultore ascolano Domenico Paci (1785-1863), devoto ammiratore del genio universale di Antonio Canova, che si era formato in quella straordinaria officina della cultura neoclassica che fu Roma tra Settecento e Ottocento. Impressionante nel suo stile solenne e idealizzato, con il volto appena sollevato verso l’alto a conferirgli fermezza, l’opera racchiude e reinterpreta gli esemplari antichi che l’autore aveva amato e studiato nella capitale eterna e universale delle arti – tra i quali il Busto di Alessandro come Apollo dei Musei capitolini – ma riletti alla luce dei grandi modelli del Rinascimento, da Raffaello a Perin del Vaga, che nel Cinquecento avevano immortalato alcuni episodi della vita del condottiero macedone. Nel contrasto tra l’ombra scura e profonda generata dalla visiera dell’elmo, sormontato dalla figura spettacolare del drago, e il volto idealizzato di neoclassica bellezza, la figura si carica di una vitalità inedita, capace di trasfondere nella terracotta quella risolutezza che fu il tratto caratteristico di Alessandro il Grande proiettandolo nel mito. 

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