
Esiste una forma di purezza che non si misura soltanto attraverso ciò che si vede, ma soprattutto attraverso ciò che non interferisce con la visione. È l’assenza di rumore, di artificio, di sovrastrutture. È la condizione necessaria per distinguere la luce remota di una galassia oppure, nel vino, la voce della terra da cui proviene.

A Montauto, in una Maremma di confine tra Toscana e Lazio in provincia di Grosseto,, questa purezza possiede una doppia espressione: quella del cielo notturno, tra i meno contaminati dall’inquinamento luminoso dell’intera penisola, e quella dei vini di Riccardo Lepri, interpreti di un paesaggio che sembra aver fatto della limpidezza la propria cifra identitaria.
È proprio qui, nel territorio di Manciano, che si concentra una delle più sorprendenti comunità italiane di appassionati di osservazione astronomica. Un fenomeno tutt’altro che casuale, legato alle caratteristiche di un territorio che conserva condizioni particolarmente favorevoli all’osservazione del cielo notturno, come evidenziato anche dalle mappe dell’inquinamento luminoso europeo.
In un’Italia dove le grandi concentrazioni urbane e industriali hanno progressivamente cancellato la possibilità di osservare il cielo profondo, Manciano rappresenta una rara eccezione. Le mappe mostrano un Paese diffusamente illuminato, con la Pianura Padana tra le aree maggiormente compromesse, mentre alcune porzioni della Maremma meridionale conservano condizioni di oscurità paragonabili a quelle di territori molto più remoti.
La singolarità non riguarda soltanto l’intensità del buio, ma anche la sua accessibilità. Per chi proviene da Roma e dall’Italia centrale, Manciano costituisce una delle destinazioni più vicine in cui sia ancora possibile praticare l’osservazione astronomica in condizioni particolarmente favorevoli.
Una qualità che ha favorito, nel tempo, la nascita di un piccolo ecosistema dedicato all’astronomia. Il territorio ospita numerosi osservatori e postazioni di osservazione, frequentati da appassionati e ricercatori provenienti da diverse regioni italiane, attratti dalla possibilità di raggiungere un cielo che altrove è ormai sempre più difficile trovare.
Non si tratta soltanto di contemplazione. Accanto all’astrofotografia amatoriale esistono attività di osservazione e ricerca che contribuiscono alla conoscenza scientifica. Il buio, in altre parole, è una risorsa ambientale, culturale e conoscitiva.
Il paradosso dell’energia pulita: quando il progresso rischia di oscurare il cielo
È proprio questo patrimonio a trovarsi oggi al centro di una questione delicata: la prospettiva di nuovi impianti eolici nel territorio.
Il tema non è l’opposizione alle energie rinnovabili, la cui importanza nella transizione energetica non viene messa in discussione, ma la necessità di valutare attentamente la compatibilità degli interventi con le specificità ambientali e scientifiche dei luoghi.
Tra gli aspetti da considerare figurano le dimensioni delle turbine di nuova generazione e, soprattutto, i sistemi di segnalazione luminosa necessari per la sicurezza aerea, che possono costituire un elemento di interferenza con le attività di osservazione astronomica.
L’eventuale introduzione di nuove sorgenti luminose, particolarmente invasive in un contesto di oscurità eccezionale, potrebbe compromettere la qualità delle osservazioni e delle riprese astronomiche, incidendo su un patrimonio naturale che ha richiesto decenni per essere riconosciuto e valorizzato.
La questione, dunque, non può ridursi a una contrapposizione tra sostenibilità energetica e tutela del paesaggio. Invita piuttosto a una riflessione più profonda sul significato stesso della sostenibilità: produrre energia senza compromettere risorse naturali rare, irripetibili e, una volta perdute, difficilmente recuperabili.
Proteggere il buio significa, in questo caso, proteggere il paesaggio, nonché una forma di biodiversità percettiva che rappresenta la possibilità stessa di continuare a vedere ciò che la modernità ha progressivamente sottratto allo sguardo.
Riccardo Lepri e la grammatica della trasparenza
In questa geografia dell’essenziale si inserisce con sorprendente coerenza il lavoro di Riccardo Lepri a Tenuta Montauto.

La sua interpretazione del vino nasce da un rapporto diretto con un territorio ancora segnato da grandi spazi aperti, ventilazione costante e una natura capace di imporre i propri ritmi. Un paesaggio che non chiede di essere corretto, ma compreso.
Ne derivano vini che fanno della precisione, della brillantezza e della trasparenza espressiva i propri caratteri distintivi. Vini nei quali la purezza non coincide con la neutralità, ma con la capacità di rendere riconoscibili le sfumature del luogo, senza opacità né sovrastrutture.
Come nell’osservazione astronomica, anche nella degustazione la qualità della percezione dipende dalla riduzione delle interferenze. Un cielo libero dall’inquinamento luminoso restituisce la profondità dell’universo; un vino nitido, capace di non sovrapporsi alla propria origine, restituisce la complessità del paesaggio.
È una corrispondenza che supera la semplice suggestione poetica e diventa una dichiarazione di metodo. Perché la trasparenza, in entrambi i casi, non è una condizione passiva, ma il risultato di una scelta: lasciare che le cose si manifestino per ciò che sono.
Dalle costellazioni al vino, una storia antica quanto l’uomo
Il legame tra astronomia e civiltà del vino attraversa millenni di storia e cultura. Prima che il cielo diventasse oggetto di misurazione scientifica, era infatti un grande repertorio di racconti, divinità, animali e figure mitologiche attraverso cui le comunità interpretavano il mondo.
Tra queste storie figura quella di Icario, al quale Dioniso avrebbe insegnato l’arte della viticoltura e della vinificazione. Un dono destinato a trasformarsi in tragedia, quando alcuni pastori, ignari degli effetti del vino, credettero di essere stati avvelenati. Il mito collega così la scoperta del vino alla volta celeste, facendo dell’astronomia anche un archivio della memoria agricola e culturale dell’umanità.
Una relazione che a Montauto ritrova una propria attualità: sotto la Via Lattea, tra le costellazioni e le profondità invisibili delle galassie, il vino torna a essere uno strumento di interpretazione della natura, una forma di conoscenza sensibile.
Custodire ciò che resta invisibile alla luce
La straordinarietà del cielo di Manciano pone infine una domanda che riguarda ben oltre i confini della Maremma: quale valore siamo disposti ad attribuire a ciò che non produce immediatamente un rendimento economico, ma costituisce una ricchezza collettiva insostituibile?
Il buio naturale è una risorsa sempre più rara. E la sua difesa non rappresenta una nostalgia del passato, bensì una responsabilità verso il futuro. A Tenuta Montauto questa consapevolezza trova una traduzione nel lavoro di Riccardo Lepri, nella ricerca di vini capaci di restituire il paesaggio senza alterarne l’identità.
Perché esiste una parentela profonda tra un grande cielo e un grande vino: entrambi hanno bisogno di profondità, equilibrio e assenza di interferenze.
Entrambi rivelano molto più di quanto mostrino a un primo sguardo.
